lunedì 28 febbraio 2011

i know what you're searching for

la tecnologia.
da un'oretta ne sono ossessionata.
voglio dire, alle elementari ero la prima a possedere un computer, ci sono cresciuta insieme e ci sguazzo bene nella tecnologia.

eppure da un'oretta butterei tutto, e tornerei ai bei vecchi metodi, tipo segnali di fumo e ore di cammino per raggiungersi e parlarsi direttamente, magari a monosillabi, brandendo lance con punte di silice e vestendo in pellami vari, senza etichetta di comportamento alcuna.

e tutto questo per un annuncio altrui sull'aver perso i numeri del cellulare.
perchè non posso sfacciatamente scriverti il numero, perchè non ho più biglietti da visita, perchè invece di venire da te alla prossima occasione sarò morente a un "max pezzali tribute party", perchè non ho le palle di venire ad affrontarti da sola, perchè continuo a pensare che ignorarti deliberatamente sia la miglior strategia per vedere se te ne frega ancora qualcosa quando so benissimo che non è così.

i don't need your hurtin', boy //

basically screwed (a momenti alterni)

eh sì certo.
la combo "pioggia + autostrada a4 + tre ore di sonno + sindrome premestruale" non aiuta proprio un cazzo a mantenere equilibrato il livello di neurotrasmettitori dai nomi che non ripeterò, perchè non va più di moda ormai.

se alla combo sopracitata aggiungi quella componente letale chiamata "shufflediaitiùns" vuol dire che, visto che cogliona proprio del tutto non lo sono, sicuramente mi diletto a ricercare le più raffinate forme di autolesionismo psicologico.

perchè non bastano i sogni assolutamente fuori luogo, dopo situazioni ancor più fuori luogo, dove il mio subconscio mi dice "è inutile che te la meni, tanto sei innamorata e c'è poco da farci, hai quattordici anni e sei innamorata, e sei innamorata proprio di lui", quando ormai ho già accettato il fatto coscientemente; devono arrivare anche le memorie di "ciò che poteva essere", di quello che hai buttato al vento, anche se in realtà era solo qualcosa che non c'era più. io non c'ero più. e non andava bene, e lo so, e va bene così, e non tornerò indietro, e qualcos'altro a vostro piacimento.

riassumendo:
are all our summers / at one with the ground? / and everything i loved you for / a trail of fire from the door / that leads me to a hiding place / and locking me inside //


ecco.
e siccome mi ostino a lasciare attivo 'sto diamine di shuffle, e siamo arrivati a "farewell and goodnight" degli smashing pumpkins, gruppo che riesco a tollerare solo in certe occasioni (di certo non queste), direi che ci mando tutti a fanculo.

lunedì 21 febbraio 2011

we're going way too chemical

tra una doppia esposizione e il flash sincronizzato sulla seconda tendina c'è una bella differenza.

nel primo caso ci sono due momenti differenti, deliberatamente scelti e integrati in un unico limite atto a perpetuarli non come momenti singoli, bensì come nuova realtà di un'immagine slegata da ciò che potrebbe rappresentare se fossero stati generati due scatti separati.

nel secondo caso, di solito, si tratta di estetismo della fotografia da discoteca.
ma se volessi fare la persona pesante, con una parvenza di serietà professionale e legata all'ontologia in genere, potrei affermare con un simpatico eccesso di supponenza che sono due istanti che si susseguono, ma legati dalla casualità del momento, dell'evento, del luogo e dei soggetti che riescono a far parte della limitata scelta dell'inquadratura, quindi non c'è una scelta di due contesti separati da decontestualizzare per creare un contesto ex novo, bensì una scia di azioni conseguenti e appartenenti allo stesso contesto che si declina in una semplice descrizione inserita in una poetica più o meno estetica.

eppure ci sono certi momenti in cui queste chiare definizioni divengono metafore confuse che uso per salvarmi e distaccarmi da ciò che mi circonda, cercando di capire quali fotografie mentali siano state tirate fuori dai cassettini dove volevo dimenticarmele.
nella maggior parte dei casi si tratta di esposizioni multiple di un inconsapevole che giocava col flash di qualcun altro.



avrei almeno potuto usare la pellicola.
brucia bene, lei.

domenica 20 febbraio 2011

inside

pensavo fosse hangover.
una forma lieve, sebbene costante, di un malessere senza contorni.

no.
è un fastidio di fondo, rumore bianco del tempo compiuto e del rincorrersi delle tracce di ciò che ha contenuto.
i contorni ci sono, eccome.
si divertono a tormentarsi di mutamenti, senza fermarsi per concedermi il lusso di una riflessione sui particolari di ciò che è stato.
eppure mi negano la possibilità di scorrere verso il prestabilito con tanto di elettroencefalogramma piatto, mi rimangono dentro senza sostare per dar luogo a un dolore clinicamente descrivibile.

la prossima volta mi ricorderò di bere di più.