raffreddore.
è arrivato anche lui.
di quelli potenti.
di quelli per cui non puoi impedire di ansimare.
di quelli che ti rintrona il cervello.
non è male come sensazione.
in fondo sto imparando a vivere di nuovo, imparerò di nuovo anche a respirare.
o forse scoprirò che non serve respirare come ho sempre tentato di fare.
appena appena, perchè non sai mai cosa ti entra dentro, o quante atmosfere sei disposta a sostenere.
e magari proverò a riempirmi i polmoni fino a scoppiare, non limitandomi più all'ossigeno strettamente necessario per tirare avanti.
voglio ubriacarmi d'elio, e intossicarmi d'azoto, collezionare anidride carbonica e bruciare gas nobili, e soffocare d'ossigeno.
martedì 28 dicembre 2010
domenica 26 dicembre 2010
park that car / drop that phone / sleep on the floor / dream about me // (2)
sussurri, lividi, solletico.
morsi, pioggia, violini.
sbadigli, freddo, pelle.
e gente, pranzi, cene, feste, aperitivi, gente, e festa ancora.
e qualcosa rimane indietro, e me ne accorgo solo una volta girato l'angolo.
volto lo sguardo indietro, rido e vado avanti.
libera? forse no, ma leggera, quello sì.
sto lascando indietro tutto quello che sono diventata senza veramente rendermene conto.
e quando colgo le piccole differenze tra ora e ciò che ero prima, sorrido, leggera.
è il paradosso più bello, sto abbandonando dietro le spalle ciò che mi ha spinta avanti e ritrovo ciò che ero e che avevo dimenticato, accorgendomi che è di nuovo quello che sono.
leggera.
morsi, pioggia, violini.
sbadigli, freddo, pelle.
e gente, pranzi, cene, feste, aperitivi, gente, e festa ancora.
e qualcosa rimane indietro, e me ne accorgo solo una volta girato l'angolo.
volto lo sguardo indietro, rido e vado avanti.
libera? forse no, ma leggera, quello sì.
sto lascando indietro tutto quello che sono diventata senza veramente rendermene conto.
e quando colgo le piccole differenze tra ora e ciò che ero prima, sorrido, leggera.
è il paradosso più bello, sto abbandonando dietro le spalle ciò che mi ha spinta avanti e ritrovo ciò che ero e che avevo dimenticato, accorgendomi che è di nuovo quello che sono.
leggera.
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giovedì 14 ottobre 2010
anniversary of an uninteresting event
c'è una precisa playlist dove vanno a finire tutte quelle canzoni che non riesci più ad ascoltare.
e non si tratta di tormentoni, ma di veri e propri tormenti esistenziali, di quelli che ti prendono e ti riportano indietro al periodo esatto in cui hai iniziato a ascoltare le canzoni di cui sopra.
ed è tutto lì,
ancora lì,
e punge, stride e lacera tutto quello con cui ti sei ricoperta
per evitare di sentire. e sentire è tutto quello di cui avresti bisogno in questo momento.
"meglio di niente", qualsiasi cosa va bene.
ed è proprio quello stato mentale in cui faresti qualsiasi cagata.
a partire dal prendere in mano il telefono per chiamarlo,
per poi riporlo nell'angolo più irraggiungibile della borsa e finire direttamente nelle grinfie spettacolari della chat di facebook a scrivere all'ultima persona che meriterebbe anche solo un saluto da te.
e così riapri iTunes, clicchi deliberatamente su quella maledetta playlist, dove lo shuffle è solo un'ulteriore presa in giro, e riesci pure a trovare nuove canzoni da mettere all'indice.
devo
trovare
qualcosa
da
vivere.
e non si tratta di tormentoni, ma di veri e propri tormenti esistenziali, di quelli che ti prendono e ti riportano indietro al periodo esatto in cui hai iniziato a ascoltare le canzoni di cui sopra.
ed è tutto lì,
ancora lì,
e punge, stride e lacera tutto quello con cui ti sei ricoperta
per evitare di sentire. e sentire è tutto quello di cui avresti bisogno in questo momento.
"meglio di niente", qualsiasi cosa va bene.
ed è proprio quello stato mentale in cui faresti qualsiasi cagata.
a partire dal prendere in mano il telefono per chiamarlo,
per poi riporlo nell'angolo più irraggiungibile della borsa e finire direttamente nelle grinfie spettacolari della chat di facebook a scrivere all'ultima persona che meriterebbe anche solo un saluto da te.
e così riapri iTunes, clicchi deliberatamente su quella maledetta playlist, dove lo shuffle è solo un'ulteriore presa in giro, e riesci pure a trovare nuove canzoni da mettere all'indice.
devo
trovare
qualcosa
da
vivere.
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giovedì 29 luglio 2010
stupid
Prima o poi mi compro una fionda ed elimino il gallo del vicino.
Suona quasi anacronistico, "il gallo del vicino".
Forse, e dico forse, potrei evitare il sacrificio animale (molti s'indigneranno, ma tanto tra un po' gli tireranno il collo in ogni caso) se decidessi di andare a dormire secondo il fuso orario del luogo. Invece sono bloccata in un qualsiasi fuso americano.
Mentre il mondo si sveglia, io vado a dormire, per quanto possibile.
Un problema in meno, una disillusione in più.
Perchè, sebbene abbia compiuto l'unica azione che mai, mai avrei voluto compiere, nonostante tante volte avessi immaginato come sarebbe potuta essere la concatenazione di eventi conseguenti a questa, fino a poco fa, impresa insormontabile, il genere umano nella forma di uno qualsiasi dei suoi rappresentanti non ha voluto di certo smentire ciò di cui ho già abbondantemente fatto esperienza in questi poco più che vent'anni di vita.
E allora per cosa sbatto la testa contro un muro, l'orgoglio nel fango e la dignità sotto i piedi altrui?
Per lasciar perdere, come sempre, per lasciarestarecheèmeglio, per dare una scrollata di spalle, lasciare sfuggire un sospiro e ripetermi che tanto lo sapevo.
Ed è l'ennesima riprova di quanto non valga la pena discutere con la maggior parte della "gente".
Just because you don't get it /
it doesn't mean it's stupid /
It means you are //
venerdì 2 luglio 2010
that's why i hold you //
grrrrrrrrrrrrrr.
i carteggi, vi detesto.
fossero tali, ma no, abbiamo inventato il modo di surrogare non solo le nostre esistenze, ma anche tutto ciò di cui nei secoli ci siamo circondati per convincerci della nostra civiltà.
quando ci sono di mezzo i sentimenti tutto ciò dovrebbe essere reciso, troncato, sradicato.
come spiegare altrimenti questa bestialità assassina che mi divora lo stomaco, e mi riempie di acido cloridrico pronto a sgorgare sul primo malcapitato?
e allora siamo lì, a guardarci da chilometri di distanza, a lanciarci palline di carta che mai arriveranno a colpire.
e siamo lì, a guardarci senza vederci, sagome confuse, sì confuse, ma osserviamo insulse palline che volano.
incapaci di parlare, di comunicare, di raggiungere. siamo lì, ebeti ragazzini dispettosi, la cui passione per la creazione della altrui insofferenza non è altro che la vergogna della consapevolezza di essere soli.
e di volersi.
domenica 27 giugno 2010
but pack your heart / you might need it //
capita. a volte capita.
capita e basta, e divento ottusa nelle mie paranoie.
perchè non capita e basta, diamine.
ci ho fatto una tesi, partorita grazie a 11 mesi e 3 settimane di paranoie, sulle cose che accadono, che càpitano.
è stato terapeutico.
mi sentivo lucida, sicura, inflessibile nelle mie convinzioni, nel mio positivismo a riguardo.
ma non stava accadendo niente, niente in particolare.
e poi ci sono cose che càpitano.
càpitano nel momento esatto in cui non pensi che ci siano circostanze tali da poter generare quel livello di confusione derivante dall'assurda fissazione del trovare un perchè.
e càpitano anticipate da una serie di piccole, minuscole, insulse coincidenze di altri eventucoli che nel momento del loro palesarsi non si fanno quasi notare.
poi le cose càpitano, cambia il piano di messa a fuoco, e ti riscopri in grado di bestemmiare al pari di uno scaricatore di porto della miglior specie italica.
e così le cose che càpitano, mi ricordano quali imprese mentali hanno sguinzagliato l'idea di trovare un perché al capitare delle cose.
ed è un ciclo infinito, un costante altalenare tra confusione e chiarezza.
ma in fondo, sono cose che càpitano.
capita e basta, e divento ottusa nelle mie paranoie.
perchè non capita e basta, diamine.
ci ho fatto una tesi, partorita grazie a 11 mesi e 3 settimane di paranoie, sulle cose che accadono, che càpitano.
è stato terapeutico.
mi sentivo lucida, sicura, inflessibile nelle mie convinzioni, nel mio positivismo a riguardo.
ma non stava accadendo niente, niente in particolare.
e poi ci sono cose che càpitano.
càpitano nel momento esatto in cui non pensi che ci siano circostanze tali da poter generare quel livello di confusione derivante dall'assurda fissazione del trovare un perchè.
e càpitano anticipate da una serie di piccole, minuscole, insulse coincidenze di altri eventucoli che nel momento del loro palesarsi non si fanno quasi notare.
poi le cose càpitano, cambia il piano di messa a fuoco, e ti riscopri in grado di bestemmiare al pari di uno scaricatore di porto della miglior specie italica.
e così le cose che càpitano, mi ricordano quali imprese mentali hanno sguinzagliato l'idea di trovare un perché al capitare delle cose.
ed è un ciclo infinito, un costante altalenare tra confusione e chiarezza.
ma in fondo, sono cose che càpitano.
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venerdì 21 maggio 2010
i can't hear you
cheppalle.
ancora, ancora una volta. gente che torna.
perchè si tratta di "gente", alla fine.
c'è una persona che di diritto non dovrebbe stare nella categoria "gente" che s'incazza di brutto quando nei discorsi lo inserisco senza accorgermene in quella particolare categoria. e per quanto non me ne accorga sono sempre io che voglio allontanare tutti.
ma non divaghiamo.
gente, si tratta di quella gente che ha avuto un'opportunità bella grossa, ha finto di considerarla per poi fregarsene. e ritornare!
ma con che coraggio, tornare strisciando, testa china e nemmeno le forze per chiedere scusa, avvolti in una nebbiolina leggera di "non è successo nulla". il problema è che quando si scrollano di dosso la loro nuvoletta di omertà e mi trovano lì, dove sono rimasta e dove rimarrò, senza nessun problema di rintracciabilità, insomma, quando si rendono conto che non mi sono mossa di un millimetro mentre ricambio educatamente (perchè di civiltà e cortesia si tratta, non di altro) il loro saluto, non hanno il coraggio di aggiungere altro.
codardi.
dovrebbero inventare un virus per il loro sterminio. risolveremo ampiamente il problema delle risorse non rinnovabili. e del riscaldamento globale, e la fame nel mondo.
ancora, ancora una volta. gente che torna.
perchè si tratta di "gente", alla fine.
c'è una persona che di diritto non dovrebbe stare nella categoria "gente" che s'incazza di brutto quando nei discorsi lo inserisco senza accorgermene in quella particolare categoria. e per quanto non me ne accorga sono sempre io che voglio allontanare tutti.
ma non divaghiamo.
gente, si tratta di quella gente che ha avuto un'opportunità bella grossa, ha finto di considerarla per poi fregarsene. e ritornare!
ma con che coraggio, tornare strisciando, testa china e nemmeno le forze per chiedere scusa, avvolti in una nebbiolina leggera di "non è successo nulla". il problema è che quando si scrollano di dosso la loro nuvoletta di omertà e mi trovano lì, dove sono rimasta e dove rimarrò, senza nessun problema di rintracciabilità, insomma, quando si rendono conto che non mi sono mossa di un millimetro mentre ricambio educatamente (perchè di civiltà e cortesia si tratta, non di altro) il loro saluto, non hanno il coraggio di aggiungere altro.
codardi.
dovrebbero inventare un virus per il loro sterminio. risolveremo ampiamente il problema delle risorse non rinnovabili. e del riscaldamento globale, e la fame nel mondo.
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sea of cowards,
the dead weather
domenica 21 febbraio 2010
park that car / drop that phone / sleep on the floor / dream about me //
sto andando avanti, stavo.
ferma.
non solo, regredita.
mi sento ancora una volta come mai avrei pensato di sentirmi.
senza però l'intensità che contraddistingueva quegli istanti, la prima volta.
c'è la confusione della crescita, delle scelte seguite, della strada intrapresa e dei mille altri luoghi comuni sull'andare avanti.
dovrei essere in preda al panico e allo sconforto.
non è così.
mi lascio tramortire e cullare da questo senso d'adolescenza repressa, dalla nostalgia del tempo dei drammi, dal conforto del dubbio.
e so che, ciclicamente, sarà sempre così.
sarò sempre così.
ferma.
non solo, regredita.
mi sento ancora una volta come mai avrei pensato di sentirmi.
senza però l'intensità che contraddistingueva quegli istanti, la prima volta.
c'è la confusione della crescita, delle scelte seguite, della strada intrapresa e dei mille altri luoghi comuni sull'andare avanti.
dovrei essere in preda al panico e allo sconforto.
non è così.
mi lascio tramortire e cullare da questo senso d'adolescenza repressa, dalla nostalgia del tempo dei drammi, dal conforto del dubbio.
e so che, ciclicamente, sarà sempre così.
sarò sempre così.
domenica 7 febbraio 2010
we must seize control
temo che sia proprio questione di controllo.
sei scomparso, per salvaguardare il tuo e con la pretesa di portare via il mio.
controllo.
non sei nemmeno in grado di scomparire alla grande, lasci tracce di te. e mi chiedo quale sia il tuo gioco.
sempre se ce n'è uno, di gioco.
non capisco proprio, mi mantengo integra grazie a ormai anni di autoanalisi violenta, e la mia spiccata capacità d'osservazione riesce a salvarmi quando vorrei solo lasciarmi andare.
il punto è abbiamo tutti paura di perderlo, questo dannato controllo.
e quando succede, pensiamo di poterlo recuperare in qualche maniera.
ma non è così.
l'istante in cui decidiamo di riprendercelo indietro è il momento in cui capiamo quanto vorremmo gettarlo lontano da noi, darlo a qualcuno che lo calpesti, che lo maltratti. ma finiamo sempre per trasformare quest'occasione in un ulteriore spunto di malinconia.
se proprio volete fare i romantici decadenti, almeno abbiate il coraggio di distruggervi.
(o procuratevi del laudano)
sei scomparso, per salvaguardare il tuo e con la pretesa di portare via il mio.
controllo.
non sei nemmeno in grado di scomparire alla grande, lasci tracce di te. e mi chiedo quale sia il tuo gioco.
sempre se ce n'è uno, di gioco.
non capisco proprio, mi mantengo integra grazie a ormai anni di autoanalisi violenta, e la mia spiccata capacità d'osservazione riesce a salvarmi quando vorrei solo lasciarmi andare.
il punto è abbiamo tutti paura di perderlo, questo dannato controllo.
e quando succede, pensiamo di poterlo recuperare in qualche maniera.
ma non è così.
l'istante in cui decidiamo di riprendercelo indietro è il momento in cui capiamo quanto vorremmo gettarlo lontano da noi, darlo a qualcuno che lo calpesti, che lo maltratti. ma finiamo sempre per trasformare quest'occasione in un ulteriore spunto di malinconia.
se proprio volete fare i romantici decadenti, almeno abbiate il coraggio di distruggervi.
(o procuratevi del laudano)
sabato 30 gennaio 2010
untitled
surprise sometimes /
will come around /
surprise sometimes /
will come around /
I will surprise you sometime /
I'll come around //
I will surprise you sometime /
I'll come around /
when you're down //
ecco appunto, siete in tre, quattro forse.
e non vi aspettavo.
none of you.
tanto che vorrei avere dei burattini a mia immagine e somiglianza, e rimanerne fuori, tirare i fili da sopra ogni teatrino, e non dover scegliere, ma inventare e basta, tre, quattro storie diverse.
e viverle tutte.
perchè il problema di fondo è questo.
non mi sento viva, non quanto vorrei.
e quando sento qualcosa, mi sento legata.
vorrei, ma non posso.
voglio, ma non davvero.
istinto di fuga, ma non altrove.
ho bisogno di aria.
will come around /
surprise sometimes /
will come around /
I will surprise you sometime /
I'll come around //
I will surprise you sometime /
I'll come around /
when you're down //
ecco appunto, siete in tre, quattro forse.
e non vi aspettavo.
none of you.
tanto che vorrei avere dei burattini a mia immagine e somiglianza, e rimanerne fuori, tirare i fili da sopra ogni teatrino, e non dover scegliere, ma inventare e basta, tre, quattro storie diverse.
e viverle tutte.
perchè il problema di fondo è questo.
non mi sento viva, non quanto vorrei.
e quando sento qualcosa, mi sento legata.
vorrei, ma non posso.
voglio, ma non davvero.
istinto di fuga, ma non altrove.
ho bisogno di aria.
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